Mongolia

Impressioni dal viaggio ‘Mongolia

Uno dei primi europei a recarsi in Mongolia fu fra Giovanni di Plano Carpino nel 1247. Venti anni giusti dopo la morte di Genghiz Khān (Temüjin), quando regnava il suo terzogenito, Ögödei Khan principe illuminato ma alcolizzato (a lui si deve la rete di comunicazione postale a cavallo). Il frate minorita nacque in un paesino (in bellunese sarebbe “Pian del Carpen”) tra Perugia e Cortona. Nei suoi scritti rammenta i Samoiedi tra i popoli della Tartaria che occupavano i pascoli tra l’Altai mongolo e le sorgenti dello Yenissei. Tra i suoi affluenti c’è l’Angara, emissario, dalle parti di Irkutsk, del lago Baikal. Il lago riceve le acque del Selenge e dell’Orchon, fiume che abbiamo guadato il 21 luglio apprezzando le qualità dello UAZ. Veicolo tanto brutto quanto efficace, assemblato dal 1966 a Ul’janovsk, città russa così nominata nel 1924 in onore di Vladimir Il’ič Ul’janov, per gli amici Lenin, che vi nacque quando la città si chiamava Simbirsk. Ma qui si esce dal seminato!


Marco Polo non mise piede in Mongolia, lo fecero gli zii Niccolò e Matteo passati per Karakorum (Montagne nere) probabilmente nel 1264. La città era allora capitale del regno mongolo e sappiamo per certo che fra Giovanni vi giunse in qualità di legato del Papa con una bolla per il Khān Guyuk. Il magnifico monastero di Erdene Zuu non c’era ancora perché fu eretto nel 1585. Noi che lo abbiamo meritato di meno, l’abbiamo potuto vedere.
Italo Calvino nelle Città invisibili ipotizza che Kublai Khān chieda a Marco: “Viaggi per rivivere il tuo passato o per ritrovare il tuo futuro?” A questa domanda Marco rispose: “L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.”
Sapendo questo sono partito per la Mongolia senza aspettative. Non ho letto guide né consultato carte o siti. Sapevo solo che vi è la più bassa densità di umani (1,94 abitanti per km2); che dei 3,23 milioni di abitanti il 67% sta ad Ulaanbaatar, perciò densità reale è di 0,72 abitanti per km2. Prospettiva allettante. Osservo il precetto evangelico dell’amare il prossimo. Ma a piccole dosi.
Poi lessi i nomi delle province mongole: Bajan-Ôlgij, Darhan-Uul, Dornod, Gov’Altaj, Hovd, Hôvsgôld, Héntij, e dei distretti: Mogod, Sajhan, Hangal… nomi da Signore degli Anelli.
Sapevo che Mongoli sono il 53% buddisti, il 3% islamici, il 2,9 sciamanistici, il 2,1% cristiani, e il 38,6% sono atei e non c’è alcuna guerra in corso tra loro. Una rarità.

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Conoscevo il reddito pro-capite dei mongoli, 12.551 $ (120 posto su 192 stati) contro i 37.970 $ dell’Italia. Non amo viaggiare in paesi poverissimi dove si sente il peso delle iniquità del mondo senza poter far nulla per porvi rimedio. Ameno che non ci si vada proprio per porvi rimedio.
Sapevo che la Mongolia ha molte miniere di rame, oro, uranio, argento, carbone e petrolio. Gli Stati poco popolati con molte risorse sono spesso colonizzati o dilaniati da guerre intestine. Considerati gli ingombranti e prepotenti vicini (Cina e Russia) come fa la Mongolia ad esistere ancora?
Lessi del barone nero Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg, generale e signore della guerra a capo delle truppe bianche durante la guerra civile russa dal 1919 al 1921. Tentò di creare la monarchia lamaista della Transbajkalia. Un antisemita, fanatico e omicida protagonista di “Corte sconta detta arcana” di Hugo Pratt.
Sapevo che i pastori e cacciatori mongoli usano l’olio di marmotta per proteggersi il volto dal gelo invernale. I nostri vecchi usavano il grasso di marmotta come linimento contro i reumatismi. Da una marmotta adulta si ricava fino ad un litro d’olio!
Non ho mai amato i viaggi organizzati da altri. Cosi mi sono preparato male al viaggio. Il primo impatto a Ulaanbaatar ha dimostrato che i paesi di nomadi hanno dei problemi con le città. Ne ho viste di sgangherate, senza capo né coda, ma questa giovane città, fondata nel 1639 con il nome Örgöö, poi Ikh Khüree, (Kulun in cinese e Urga per i russi), le batte tutte. Il suo secondo nome, Ikh Khüree (grande accampamento) è quello giusto. In compenso ha un museo storico etnografico di prim’ordine. La Mongolia non è qui. Non serve raccontare questo viaggio a chi lo ha fatto. Se eliminiamo i veicoli, la plastica, l’elettricità e l’elettronica la Mongolia è quella descritta da fra Giovanni; quindi lascio che sia lui a descriverla nella sua Historia Mogalorum: “In parte aliqua nimirum est montuosa et in aliqua est campestris, sed fere tota est admixta glarea plurimum arenosa. In aliqua parte terre sunt modice silve, alia vero, et sine lignis omnino. Cibaria autem sua decoqunt et sedent tam iperatori quam principes et alii homines omnes ad ignem factum de bonum stercoribus et equorum.” Il testo è modernissimo e consigliato.

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Non acquisto mai souvenir, mi basta una piccola pietra, una conchiglia, una piuma d’uccello. Ma questa volta dalla Mongolia ho portata a casa molto. Grandi spazi, silenzi profondi, vastissimi cieli stellati, i suoni di una lingua oscura della quale l’autista mi ha insegnato: yamany-capra, khoni-pecora, mori-cavallo, güünii-cavalla, unaga-puledro, ünee-vacca, bürged-aquila, che erano i nostri incontri più frequenti. E poi i nomadi che vivono, autosufficienti, una vita dura, in ambienti tanto magnifici quanto ostili e incombenti. Nei quali solo i “chuluun ovoo” possono placare gli spiriti e l’inquietudine del vuoto. Per noi che veniamo dal troppo pieno, dal troppo di ogni cosa, ritrovarci in questi spazi senza fine non può che farci bene. A me ha fatto bene. Il sacro è stato una presenza costante. Esso abita i luoghi sciamanici, gli eremi e i monasteri sopravvissuti a tempeste naturali e politiche. Il capolavoro delle Ger, abitazioni essenziali e mobili come i tepee dei pellerossa, nate per essere facilmente costruite, demolite e trasportate. Sobrie, pulite, intime. E poi il deserto che deserto non è perché nasconde l’acqua e ospita uomini, piante, erbe ed animali. Come le donzelle della Numidia, eleganti ed altere. Infine l’andare, senza sapere da dove e per dove: magnifico. Solo, alla fine, una inquieta domanda, quanto durerà tutto questo? E noi che lo abbiamo attraversato, leggeri e inconsistenti come fantasmi, ce lo meritiamo?

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E poi. Un gruppo di viaggiatori esperti. Adattabili, disponibili, spartani, solidali e sereni. Impagabili. Alfredo, in lingua sassone, significa “consiglio degli elfi”. Una guida esperta, empatica, colta e gentile, un autentico mediatore culturale che ci ha aiutato a comprendere non solo a vedere. Appassionato della Mongolia e del suo lavoro. Raro e pregiato. Autisti poco loquaci ma abili, meccanici provetti, sorridenti anche nel casino dei guasti, misteriosi e alieni, peccato essere stati così ignoranti della lingua mongola. Anacletus ovvero “l’invocato, il chiamato”, o “il privo di colpe, irreprensibile”, più sapiente dell’omonimo Gufo di Merlino, Negli spazi mongoli s’è quasi dissolto, come “colui che non si può abbracciare” perché presente in spirito od ologramma. Ne attingas Anacletus! A proposito di spirito: che Zaarin Tengri benedica chi ha portato in tavola la vodka mongola e gli importatori di birra che ci hanno salvato dal dover bere airag.

Bayarlalaa

Immagini dal viaggio