Botswana, noi nel paradiso terrestre

Credo di essere stata nel paradiso terrestre. Infatti, quando la realtà supera i sogni nati sui banchi di scuola e sui romanzi ottocenteschi di intrepidi esploratori, coloni e missionari, ti trovi in Botswana. Questo è il  film della Mia Africa personale. Esso si snoda in quel Paese attraversato dal tropico del Capricorno che vive ancor oggi di rivalità tribali e che rimane sconosciuto ai più; noto solo a pochi per le sue miniere di diamanti.  Ma per noi del Ctg le pietre preziose trovate lì sono stati gli animali e le piante, uomini compresi. Il popolo della savana, del cielo e dei corsi d’acqua in Botswana appartiene ad un altro mondo che mostra il meglio di sè in quell’incredibile e immenso delta dell’Okavango che sfuma nel deserto del Kalahari, nella riserva di Moremi e nel parco del Chobe.

Abbiamo convissuto con belve che solo a nominarle fanno paura. Invece lì tutto cambia e gli animali feroci sono solamente animali. Così conosci sua maestà il leone che col suo incedere imperiale non ti degna di uno sguardo mentre ti passa accanto; i licaoni, cacciatori formidabili che giocano con i loro cuccioli; l’intraprendenza della iena che viene ad abbeverasi alla tua tenda; la sinuosità da passerella del leopardo in contrasto con la goffaggine del facocero; gli spaventosi coccodrilli e i nullafacenti ippopotami.  E ancora: l’eleganza delle giraffe e la timidezza delle zebre, gli sfacciati  babbuini, i graziosi impala e le simpatiche manguste. Poi i bufali, i kudu e tanti e tanti altri animali, compresi gli uccelli multicolori.  Ma a dominare tutti dall’alto della sua incredibile mole c’è lui, l’elefante. Lo trovi ovunque questo essere enorme che ti mostra indifferenza ma che un po’ preoccupa, come l’ultima notte in campo quando lo sentivi vicinissimo alla tua tenda e forse a litigare con qualche altro abitante della savana.

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Mai però si è provato il sapore dell’avventura vera come quella sera di lunga attesa del camion che portava tende, brande e cibo. Come fare la cronaca di noi 13 su due fuoristrada fermi ad aspettare, rassicurati solo da un grande falò mentre calavano le tenebre e la savana si animava delle sue voci notturne? Ed ecco che, quasi per incanto, scoppia l’allegria. Forse per scacciare i brutti pensieri ed esorcizzare i fantasmi della paura. E giù a ridere per quel wc improvvisato sopra un buco, per la cena fatta di biscottini, noccioline, birra, gin e anche acqua. O semplicemente per quella situazione assurda di precarietà tecnica che s’era già manifestata: l’unico cric per le numerose forature che si spezza, la rottura una dopo l’altra delle pompe – a mano! – per gonfiare gli pneumatici. Così il peggio è accaduto: il camion in panne a ore ed ore di distanza dal luogo ove piantare le tende, e noi, giunti in tempo, lì ad aspettare senza troppe speranze. Poi, in piena notte, ecco che scroscia l’applauso liberatore quando in lontananza appaiono i fari del mezzo. Ogni disagio si attenua con qualche snack e andando a dormire tutti insieme nella tenda-ristorante: non c’era il tempo, e nemmeno un faro, per montare tutte le altre.
Come dimenticare tutto questo? Come dimenticare la bravura e la gentilezza dei ranger Tico e Isi, della cuoca super raffinata e dei ragazzi tuttofare. E come non ricordare la simpatia del nostro gruppo a partire dal leader Anacleto che, al motto di opa opa, subito s’è messo a inventare neologismi come l’ippodrillo e il laicaone, a farci cantare (male) e a riportarci all’infanzia con giochini ormai dimenticati. Difficile da scordare sono i serali cocktail-aperitivi super alcolici preparati da Ivette o la “strage” di stomaci, in testa quello di Maria Teresa, compiuta dal piccolo aeroplano sul delta dell’Okavango. Indimenticabile il sorriso di Bruna che fin da subito s’è fatta schiacciare dal veicolo prima gli occhiali e poi il cannocchiale: chissà quali disastri avrebbe combinato se il viaggio fosse durato di più. Incredibile la vicenda di Efrem che per due giorni ha rincorso la sua valigia per agguantarla poi su una nuda striscia d’asfalto in piena savana. Anche a Clara, l’allegra “ragazza” del gruppo, la “perfettina” Swiss (socia Lufthansa) non ha restituito il bagaglio, ma per fortuna eravamo sulla via del ritorno. Preziosa è stata la compagnia di Tiziana, esperta conoscitrice della flora e della fauna, così come è stato impagabile lo staff delle traduttrici: Enrichetta e Ivette. E poi l’impeccabile e giramondo Marisa; Ornella, che in Africa è ormai di casa; Gemma, che il mal di schiena le ha rubato qualche escursione; Gigi, con una parola per tutti, uno dei tre uomini in mezzo a 10 donne.Infine i “magnifici 13” si sono inebriati della maestosità delle cascate Vittoria concludendo il viaggio con una divertente cena a base carni di coccodrillo, facocero, impala, kudu e dove alcune intrepide si sono meritate il diploma di “mangiatrici di larve”.

Maria Zampieri