Lucca e dintorni

Lucca, città atipica contornata da una lussureggiante vegetazione ma praticamente senza alberi e giardini all’interno della città; la denominazione di origine celtica “Luc” significa luogo paludoso, ma la città non è attraversata neppure da un rigagnolo; contornata da poderose mura mai intaccate da un colpo di cannone nemico, alla pari dei suoi cannoni che non hanno dovuto sparare mai un colpo; una città che non si è mai lasciata coinvolgere in guerre e che si è tenuta lontana dalle lotte tra fiorentini e pisani; una città situata nel punto di confluenza di percorsi commerciali e religiosi importanti e predestinata da epoche remote ad accogliere popoli in un processo di condensazione urbana.

Fu ligure ed etrusca per poi passare dal III sec. a. C. sotto il dominio romano; ne è testimonianza l’anfiteatro che in epoche successive fu completamente incorporato nelle abitazioni che mantennero il serrato modello originale; dopo la caduta dell’impero romano fu occupata dai goti e dai bizantini che la elevarono a capitale della Tuscia.

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Ma il momento più straordinario della storia lucchese fu tra il XIII e XVI sec. quando raggiunse l’apice della sua potenza politica ed economica; l’industria serica e mercantile permisero di raggiungere un elevato grado di ricchezza per cui fu possibile aprire innumerevoli cantieri; furono ridisegnate piazze e nuove vie, costruiti palazzi, innalzate torri, ampliate chiese in stile romano-lucchese fra cui il Duomo di San Martino e soprattutto la Chiesa di San Michele in Foro (perché là c’era il foro romano) situata nell’ombelico della città, opera rimasta incompiuta per mancanza di soldi per cui allo slancio verticale della facciata piena di bifore non corrisponde un altrettanto bella parte posteriore; a Lucca non poteva mancare anche un palazzo ducale dove risiedevano i signori di Lucca e nel periodo napoleonico la principessa Elisa Bonaparte sposata al capitano Baciocchi, sorella di Napoleone che governò dal 1804 al 1814.
Lucca fu anche città di Santi come Zita e Frediano e città di illustri musicisti come Puccini.

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Oggi Lucca mi è apparsa come una città borghese, riservata, leggibile tra le sue mura, restia all’ostentazione, senza lode per i suoi figli, tanto che il teatro non porta il nome di Puccini, ma quello del Giglio; una città racchiusa nelle sue mura come avvolta da un drappo di seta costruita dai suoi cittadini.
Dopo quattro ore di camminata per le vie di Lucca, ora deserte, ora affollate, finalmente ci avviamo nel tardo pomeriggio verso l’hotel San Bernardino; “sempre diritto, appena fuori dalla porta”, ci dice Annalisa, ma per lei, come per Einstein tutto è relativo.
Al mattino dopo il Borgo delle Camelie ci accoglie con una bellissima giornata di sole, tra le sue case di pietra e le sue camelie di tutti i colori; un paesaggio verde, variopinto e fantasioso che cattura i tuoi occhi e non ti fa pesare lo zaino e il percorso a saliscendi.
A mezzogiorno il pranzo è servito in un bel ristorante con portate gustose e particolari.
Nel pomeriggio in fondo al lungo viale dei cipressi ci accoglie Villa Torrigiani col suo parco erboso dove il piede finalmente gode e si riposa.
La Villa passò di mano diverse volte, dalla famiglia Buonvisi passò al marchese Nicolao Santini, ambasciatore in Francia, il quale volle ristrutturarla rifacendosi a Versailles; poi passò a Pietro Torrigiani che aveva sposato Vittoria, l’ultima discendente del Santini; infine appartenne a Carlo Colonna che sposò Simonetta, ultima discendente dei Torrigiani.

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Malgrado tutti questi passaggi la villa ha mantenuto intatto tutto il suo arredamento originale, dai letti col baldacchino ai quadri, ai pavimenti in cotto.
Non succede spesso, tante volte si assiste a dei rifacimenti che sono delle vere brutture!

Guglielmo




Madeira

Un puntino invisibile in mezzo all’Atlantico sconosciuta ai più poiché non appare neppure sulle carte planisferiche del pianeta, questa è Madeira. Ma per gli appassionati di calcio famosissima e conosciutissima per aver dato i natali a Cristiano Ronaldo, anche questa è Madeira.



Un mondo incantato con mille sfaccettature dai colori vivacissimi sorto dall’Oceano con rocce vertiginose rivestitesi nel tempo di vegetazione lussureggiante e variegata e antropizzata in parte da operosi colonizzatori che ne hanno reso una meta turistica di prim’ordine, anche questa è Madeira.
Si rimane incantati dalle opere dell’uomo nella fascia bassa dell’isola: strade comodissime, ponti arditi, un’infinità di gallerie e costruzioni abitative per una popolazione numerosa quanto la provincia di Belluno. Poco più in alto le “levadas”, canali che percorrono i fianchi dell’isola per parecchi chilometri per portare la preziosa acqua in ogni dove, opere risalenti a qualche secolo fa e ancora perfettamente efficienti .
Poi nella fascia intermedia trovano posto la lussureggiante “laurisilva” integrata in tempi successivi da pini ed abeti e dall’invadente eucalipto che ne ricoprono i fianchi scoscesi.

Cascata do Risco

Più in su distese di erica arborea e ginestra su degli strani altipiani sconfinati a quota superiore ai 1500 metri sul mare e sopra questi cime aguzze e pareti vertiginose di roccia lavica variegata fin sopra i 1800 metri.
La guida e l’autista molto preziosi ci hanno fatto assaporare il meglio dell’isola nelle escursioni programmate e il gruppo compatto le ha apprezzate con entusiasmo anche se Giordano e Leonildo in una estrema manifestazione di entusiasmo hanno voluto baciare la madre terra riportandone un ricordo indelebile. Tutti i sentieri comodi e praticabili in sicurezza sia lungo le interminabili “levadas” come sull’indimenticabile scalata al Picco Ruivo (1861 metri sul mare) in un saliscendi di più di 3000 scalini su percorso lastricato e protetto o la più comoda passeggiata sulla costa bassa della penisola di San Lorenzo dove i colori e le forme della scogliera erano vere opere d’arte.
Abbiamo apprezzato i colori e le varietà dei fiori tropicali, dei mercati di frutta, ma non di meno la variegata cucina dei ristoranti “A Bica” e “O Regional” in Funchal.
Tutto sommato una bella esperienza, avremmo voluto assaporarla qualche giorno in più e carpire qualche altro segreto nascosto, ma faremo tesoro di quanto acquisito.
Opa, opa, opa.

Giordano




Sri Lanka

tra natura, templi e cortesia

Piovve, spesso piovve, fortissimamente piovve. È stato così per i primi giorni. Poi, un po’ alla volta il monsone si calmò. Comparvero sprazzi di cielo sempre più ampi e il sole ci permise di vedere i paesaggi e i monumenti dello Sri Lanka nei loro colori e nella loro bellezza. Su tutto la figura di quel Budda che in questo paese è venerato sì, ma non adorato come in altri del Sudest asiatico.

Almeno questa è stata la mia impressione. Però le testimonianze dei monasteri, delle fortezze e dei templi antichi ci dicono che quel popolo ha avuto da sempre una propria fierezza e soprattutto una grande riverenza per il dio che hanno raffigurato nelle varie posizioni dense di significato e per i suoi fedeli monaci. Quel popolo che sa esprimere cortesia e accoglienza.

2-12 novembre 2018 Sri Lanka
Abbiamo imparato molto da questo viaggio nell’isola conosciuta anche come “La lacrima dell’India”. Prima di tutto che i suoi abitanti sono gli srilankesi che si distinguono in cingalesi (o singalesi) e in tamil: i primi i “buoni” e gli altri i “cattivi” secondo la nostra guida Suranga. Poi abbiamo conosciuto l’esistenza di giardini e piantagioni lussureggianti, siamo quasi inorriditi nel vedere come tenevano gli elefanti in quella specie di orfanotrofio lager, abbiamo provato qualche brivido nell’assistere al rito dell’incantatore di cobra e ci siamo divertiti nel cogliere le scimmiette nei loro atteggiamenti a volte domestici e altre sfrontati. Siamo saliti lungo scalinate interminabili e abbiamo sguazzato a piedi nudi tra le rovine dei siti archeologici.
L’avventura sul treno è stata unica: quattro ore di gelo puro in una carrozza riservata noi passeggeri di prima classe, mentre il resto della varia umanità locale era assiepato in tante “scatole” torride. La mia scelta fu per la versione popolare. E alla fine del viaggio alla velocità di pochi chilometri all’ora, tra le rigogliose piantagioni di tè (tutte marchiate dalle multinazionali) che ricordavano le nostre colline del prosecco, ecco aprirsi la vallata d’alta quota che faceva pensare a Misurina con il suo lago, ma non con le sue montagne. Roba da ricchi. Mentre le donne raccoglitrici con il volto e il fisico segnati dagli stenti ti venivano incontro con la mano tesa per avere qualche rupia.
Abbiamo sperimentato, seppur senza troppo successo, l’ebbrezza di un breve safari sui fuoristrada. Speravamo di incontrare elefanti, orsi e leopardi. Invece abbiamo dovuto accontentarci di vedere qualche varano, dei bellissimi pavoni e, solo in lontananza, dei coccodrilli e dei bufali. Sì, qualcuno ha intravvisto un leopardo e la sagoma di un elefante. Ma è stato bello lo stesso.

2-12 novembre 2018 Sri Lanka
Infine, diretti verso la capitale Colombo (che nulla ha a che vedere con Cristoforo), abbiamo costeggiato l’oceano e c’è chi vi ha immerso i piedi. Ma lì abbiamo anche percorso le zone che erano state devastate dal grande tsunami di 14 anni fa: 50 mila morti solo nello Sri Lanka.

Maria Zampieri




Portogallo

Pensieri sparsi

  • Vittorio Hugo e Angelo, due diciassettenni. Pantomima dall’orlo del ponte sul fiume Douro a Porto, poi tuffo di 30 metri davanti a una folla di turisti incuriositi. Un’immagine di popolo che rinverdisce l’intrepida e spettacolare temerarietà degli storici navigatori portoghesi, della cui memoria l’attuale Portogallo è tuttora permeato: monumenti, storia, religione, turismo, sport… e di cui Ronaldo CR7 è l’indiscusso protagonista.

  • Coimbra canta, Braga prega, Lisbona si mette in mostra, Porto lavora. Una terra con le sue differenze, da nord a sud, da ovest a est, ma confluenti in uno sforzo comune, organizzato, che cura le case private come il patrimonio pubblico, che nei confronti degli ospiti stranieri ha fatto una scelta linguistica selettiva ma diffusamente praticata: portoghese e inglese stop. E l’Italia?

 

  • Por bem. Un re che scrive sul soffitto la rivendicazione del primato delle buone intenzioni sul pregiudizio. Mi sovviene, in altro contesto ma con significato analogo, l’omnia munda mundis del Fra Cristoforo dei Promessi Sposi.

 

  • Saudade. Nostalgia dolce e vibrante. Mancanza. Attesa. Sfida. Anche superstizione. Parola magica, sintesi dell’atmosfera portoghese.

 

  • Almedina a Coimbra. Nel negozio dei gadget che parlano, attirati da una voce struggente che cantava il Fado e inondava la via. Un commerciante dalla cultura profonda, anche nell’arte della comunicazione. Mezz’ora trascorsa dentro un buco di negozio, alla Porta di Almedina, senza essere importunato. Alla fine ho chiesto al titolare di pagare un biglietto..! Non ha voluto, dicendosi ripagato dalla nostra emozione.

 

  • Messa a Santa Cruz. In portoghese. E penso alle Messe prima del Concilio.

 

  •  Onore al merito al Ctg Belluno, che ha concepito e organizzato così bene un viaggio dai molti stimoli. Grazie di aver rinfrancato l’orgoglio mio e di Donatella di far parte di questa associazione. Un caro saluto a tutti i compagni di viaggio.

 

Giuseppe Marangoni

 

17-24 ottobre 2018 - Paesaggi Portoghesi




Impressioni d’Etiopia

Quanta gente in cammino dal mattino fino all’imbrunire!!

bambini ed adulti carichi di merci ( taniche per l’acqua, fascine di canne da zucchero, sorgo, mais, legna etc…) camminano con disinvoltura tra carretti trainati da asini e mandrie ( di zebù, pecore, capre ed asini) che occupano disordinatamente la strada; taxi collettivi, corriere, Bajaj e camion completano il traffico.
Bambini e ragazzi sorridenti imbracciando libri e quaderni si dirigono verso le rispettive scuole.
Chissà, tutte queste persone, da dove vengono, quanta strada devono percorrere quotidianamente per comperare o vendere?!

I nostri autisti sono sempre puntuali, cordiali e disponibili. Io viaggio sulla jeep n°4, l’autista si chiama Muluken ( per gli amici Mule) ed è bravissimo ad evitare le numerose buche sul percorso ed a fare lo slalom nel convulso traffico della capitale. Inoltre è sempre pronto a segnalarci qualcosa di significativo, specialmente i vari tipi di uccelli illustrandoceli con l’ausilio di un bel libro a tema.

Le mani: quelle di chi ti invita a danzare che siano al villaggio etnia Dorze od alla cena etnica ad Addis Abeba. Le mani, a volte invadenti, dei bambini con il caratteristico richiamo “yu yu” chiedendo birr, pen o…altro ma anche imparano a contare fino a 10 dall’amarico all’italiano alla festa del Meskel mentre aspettiamo l’accensione del falò. La mano salda e gentile di Baru di etnia Borana che mi aiuta nella discesa e risalita al cratere di El Sod e canta una filastrocca per aiutare Maria Teresa a superare un momento di crisi durante la risalita.

Penso a quanto strani possiamo sembrare noi quando visitiamo i villaggi delle varie etnie.
Qui siamo noi gli stranieri. Guardiamo e fotografiamo, curiosi, i Karo i Konso gli Hammer.
Ma forse non ci rendiamo bene conto che anche noi abbiamo i nostri “riti” e modi per affermare la nostra appartenenza ad un “clan” ( piercing, tatuaggi, ma anche abiti tradizionali, divise, inni e processioni…).

Tiziana




Viaggio in Etiopia

La valle dell’Omo

Breve riflessione

Oggi riguardavo le foto e mi sono detta : “Sto rivedendo il nostro album di famiglia” perché noi veniamo da lì, da quelle terre dove è stata ritrovata Lucy ed altri ominidi, tutti nostri parenti evolutivi.
Ed è dalla Rift Valley che è iniziata la migrazione che continua e continuerà perché l’uomo è “migrante” per sua natura.

Ma quante differenze!!!!!!

“Noi siamo più evoluti” questa è l’affermazione ricorrente.

Ma più evoluti in che cosa?

  • nel voler possedere sempre di più
  • nell’usare in maniera indiscriminata i beni che la natura ci elargisce
  • nel rifiuto del diverso
  • nell’essere sempre in “affanno”

Abbiamo visitato vari villaggi, etnie diverse, ma una cosa li accomunava: la serenità, la tranquillità, ma soprattutto il loro vivere in comunità, la condivisione.
Da noi a volte non si conosce nemmeno chi abita nello stesso condominio.

Quindi due considerazioni conclusive:

  • abbiamo le stesse radici
  • nonostante ci riteniamo più evoluti, dobbiamo riconoscere che gli altri possono darci molto.

Luisa Fasolo




Etiopia 2018

La nostra grande avventura nella Valle dell’Omo

LORO
“Popoli della Valle dell’Omo, dove tutto è iniziato” recitava il titolo del viaggio in Etiopia. Io dico: dove tutto è rimasto lì nella notte dei tempi. Dal canto mio credo di aver scoperto il “buco nero” dell’Africa. In tutti i sensi. Un buco dal quale quelle popolazioni faticano ad uscire perché legate a tradizioni ancestrali condite con un intruglio di magia, religiosità e tradizioni varie; un buco dove si frustano le donne forse per puro predominio maschile e dove queste vittime si beano di ferite sanguinanti e di piaghe virulente che esibiscono con chissà quale orgoglio anche quando diventano orribili cicatrici sulla schiena; un buco dove il giovane maschio è sottoposto a iniziazione col rischio di essere espulso a vita dalla società se non riesce a saltare su un palcoscenico fatto di schiene di tori, anzi di zebù, frastornati da chiassosi balli e schiamazzi tribali; un buco dove le donne per essere più belle si massacrano il labbro per inserirvi un piattello sempre più grande e sempre più pesante.

Avevo già visitato l’Etiopia nella regione del Tigray e dello Scioa e ne ero rimasta impressionata profondamente sia per il livello di povertà di quel popolo che cammina e sia per la bellezza delle chiese rupestri e per la maestosità dei picchi montuosi. Ma stavolta a colpirmi è stata l’arretratezza in termine assoluto. Si dirà: siamo sicuri che il progresso sia la forma migliore del vivere? Forse non lo siamo. Ma constatare che al mercato vendono persino la pietra levigata e il sasso per frantumare i semi per farne farina, beh… la cosa la dice lunga. Credo che non ci voglia molto per costruire un seppur rudimentale macinino. D’altronde se per arare trascinano ancora un bastone di legno per fendere le zolle, significa che siamo ben lontani dal mettere in moto una qualsivoglia inventiva per migliorare lo stato del vivere.
Deludenti, secondo me, sono state le guide locali Michelangelo e Andrea, scoordinate e confusionarie nelle rare spiegazioni al gruppo riunito, ma talvolta date a gruppetti estemporanei: chi c’era c’era e gli altri dovevano accontentarsi del passa parola. Soprattutto la prima guida si limitava a dare sfoggio di cultura generale sull’origine delle etnie, ma con gravi lacune nel riferire – o con volontà di mascherare – realtà evidenti che ancora isolano il Paese in un mondo che corre.

NOI
Ma tralasciamo i miei ragionamenti personalissimi sulla qualità della vita nel sud dell’Etiopia e veniamo a noi 26 del Ctg partiti belli e pimpanti e ritornati impolverati e stremati. Ma felici, almeno per quanto mi riguarda. Sulla schiena ormai a pezzi avevamo chilometri e chilometri, ben 2500, sui fuoristrada in continuo sussulto e “schivanelle” per evitare non solo le voragini lungo il percorso (asfalto con solo tre anni di vita!), ma per non fare stragi di esseri viventi quali greggi, mandrie, uomini e bambini danzanti in mezzo alla strada.
Come detto, abbiamo visto davvero cose dell’altro mondo nella nostra grande avventura nella Rift Valley guidati da Anacleto. Una volta giunti in Africa – a parte l’inconveniente del museo di Addis Abeba senza energia elettrica – i più sono partiti subito alla grande con la calata nella bocca di un antico vulcano che forma il lago nero El Sod da cui si estrae il sale. Tutto bene in discesa, ma problemi in salita: se Maria Teresa era emersa dal cratere paonazza, Loredana era simil-cadavere. In una ipotetica gara al femminile la vittoria è stata conquistata da Loretta, tallonata da Bruna. Mentre la scalatrice Clara non si è potuta esprimere: a lei il compito di “scopa”. Tra i maschi non c’è stata storia: i soliti Leonildo, Elio, Lorenzo… dai muscoli di ferro.

A parte la parentesi “poverella” al Borana Lodge di Yabelo dove per rifare i letti – meglio dire giacigli – è bastato che tirassero su le coperte, siamo stati alloggiati abbastanza bene. Indimenticabile è stata la sfarzosa e affascinante Festa del Meskel a Jinka. La cerimonia per noi è stata ancor più coinvolgente dal momento che il nostro super operatore Efrem è stato invitato dalle troupe televisive locali a collaborare con loro e a salire sul palco principale per fare le riprese.
Intanto il viaggio nella Valle dell’Omo proseguiva tra popolazioni primitive e abbastanza ostili, che si ammorbidivano e si mettevano in mostra in cambio di una manciata di birr (pochi centesimi di euro). E così si susseguivano molte altre situazioni da zoo che francamente facevano stringere il cuore, o quanto meno riflettere. Eppure tutti noi, con i nostri rimorsi, lì ostinati a scattare le foto e magari a brontolare se qualcuno si metteva entro il nostro mirino.
Col passare dei giorni nei 7 fuoristrada della nostra carovana i singoli equipaggi rinsaldavano amicizie e ne creavano di nuove per poi ritrovarsi tutti insieme la sera nei lodge. Ma qui il bello – si fa per dire – era che ognuno stava per proprio conto a smanettare con gli smartphone che però il più delle volte non si connettevano con casa. Non solo i più giovani, a dire il vero di young c’era solo Verena, ma anche i più attempati non tiravano su lo sguardo dal display fino a quando immancabilmente non mancava la corrente.
Il bello di questi viaggi impegnativi è che i partecipanti sono un po’ Moschettieri: “tutti per uno e uno per tutti”. Se qualcuno non si sente bene ecco che scendono in campo gli “esperti”. E noi avevamo addirittura tre medici: Enrichetta, Laura ed Emanuele; e due super infermiere: Tiziana e Loredana. Non mancavano i consigli di Edda, il dinamismo di Ines, il sempre presente buon senso di Ivette, le battute pronte di Loris o il sorriso accomodante di Elena. Poi c’erano le professioniste del clic Bianca e Laura. A completare il gruppo numeroso, ma tutto sommato compatto, c’erano i meno “casinisti” Paola, Patrizia, Luisa e Alberto. Insomma nella Rift Valley etiope eravamo davvero una bella comitiva.

Maria Zampieri




Normandia e Bretagna

tra luoghi pittoreschi, scogliere e maree

Mamma mia che viaggio!!! Se dovessi ripensare a tutto quello che ho visto e ascoltato dalle guide che ci hanno accompagnato lungo questo itinerario, rischierei sicuramente di fare una confusione madornale! Allora chiudo gli occhi e rivedo ciò che mi ha maggiormente colpito e che è rimasto impresso nella mia mente. Subito inizia a scorrere una serie di immagini che si susseguono rapide come i fotogrammi di una pellicola.


La prima cosa che mi appare è la campagna francese, oltre il Monte Bianco, con le sue distese sconfinate di frumento ormai maturo e di granoturco, frammiste ai campi gialli dei girasoli. Acqua, acqua ovunque, fiumi grandissimi sovrastati da ponti avveniristici, ai quali noi non siamo abituati.
Un flash su Versailles e poi Rouen dove la cattedrale troneggia sulla piazza ostentando le sue trine in gotico fiammeggiante, mentre l’orologio astronomico con gli agnelli ricorda il commercio della lana e un’altissima croce nel vecchio mercato il martirio di Giovanna D’Arco.
I colori vivaci e i giochi di luce della notte nel porto di le Havre danno risalto a un’architettura davvero moderna e a dir poco audace.
Ecco davanti ai miei occhi Étretat, adagiata tra prati verdi e mare blu nel quale si tuffano le bianchissime e verticali falesie della Costa di Alabastro dalle forme più strane, mentre i gabbiani, padroni indiscussi del vento, aleggiano sopra di noi.
Honfleur, in contrapposizione a Étretat, presenta le sue case a carattere nordico in ardesia nera che si riflettono nelle acque del piccolo porto tra i colori sgargianti delle barche attraccate. Nel centro storico la chiesa di Sainte Catherine è davvero particolarissima con il suo campanile isolato e il soffitto simile ad un immenso “drakkar” rovesciato.
Le abbazie medievali di Caen e il suo possente castello fortificato non lasciano minimamente pensare al “martirio” subito durante la Seconda Guerra Mondiale. Solo la vecchia chiesa di Saint Etienne lo testimonia con i suoi ruderi. Qui il sole tramonta molto tardi ed è proprio in questi attimi che la città con le sue maestose architetture in pietra di Caen dai toni quasi aranciati, assume un fascino tutto particolare.
L’arazzo di Bayeux scorre come una sorta di cartone animato medievale, raccontando la conquista Normanna dell’Inghilterra. Sul tessuto di lino, i fili di lana dai colori naturali intessono scene di vita quotidiana, di navigazione, di guerra con personaggi riccamente vestiti dalle espressioni chiare e significative. Una cosa non dimenticherò sicuramente: i cavalli austeri, eleganti e leggiadri.
Con l’immagine di Arromanches si apre il sipario sullo sbarco in Normandia. I resti del porto artificiale si stagliano all’orizzonte, in mezzo al mare. Le batterie di artiglieria tedesche a Longues sur Mer mi impressionano per le loro possenti strutture. Ma sono i cimiteri sparsi in questo territorio che impongono un rispettoso silenzio. Le migliaia di croci bianche di quello americano a Colleville sur Mer sopra alla spiaggia di Omaha Beach, mi fanno venire ancora un tale nodo in gola che a fatica riesco a ricordare le spiegazioni di Gilles.
L’abbazia di Mont Saint Michel al tramonto è piuttosto inquietante, ma durante il giorno l’isola si manifesta in tutta la sua bellezza granitica e maestosa, in mezzo ai sedimenti sabbiosi lasciati dalle acque dei fiumi Sée, Sélune e Couesnon.
Con Saint Malo, città corsara, si entra in Bretagna dove l’uomo vive in simbiosi con il mare. I bastioni in ardesia, a difesa del porto, contrastano con il giallo dei licheni e il verde-azzurro delle alghe e dell’acqua. Granchi giganti, ostriche, astici e “galette” ecco i piatti tipici di questa frizzante città. E che dire delle caramelle mou e dei dolci salati? Una delizia!!!
Il cielo plumbeo nulla toglie alla scogliera di granito rosa dove lungo il Sentiero dei Doganieri convivono le palme con gli eucalipti e i pini.
Les Enclos Paroissiaux, i complessi parrocchiali recintati, sono una peculiarità dell’arte cristiana in Bretagna e sono rimasti saldamente impressi nella mia mente. L’arco trionfale, la chiesa, il calvario e la cappella funeraria realizzati in “kersantite”, lo scuro granito bretone con i proventi della vendita del lino, testimoniano la grande devozione di queste genti, nonché il bisogno di sentirsi protetti dai demoni. I calvari, in particolare, hanno una funzione didattica davvero speciale che mi consente di “leggere” la Passione di Cristo attraverso una sorta di “racconto” arricchito da elementi figurativi scolpiti alla base della croce posta all’esterno della chiesa.
Con Brest siamo di fronte all’Oceano Atlantico. Un porto che subito a prima vista con la sua massiccia fortezza, i suoi ponti, le darsene con le navi e gli elicotteri ti lascia intuire la sua funzione di base navale militare.
Attraverso una brughiera mista di ginepri, macchie di eriche e ginestre ecco che appare la punta estrema della Francia: Pointe du Raz. I fari in mezzo al mare, insieme alla statua della Madonna dei naufraghi rammentano la pericolosità di queste altissime scogliere schiaffeggiate dalle onde color smeraldo.
Non è possibile scordare Douarnenez con i suoi porti e i cimiteri navali e men che mai Locronan, la meravigliosa cittadina ridondante di ortensie. Ortensie in tutte le gradazioni dal rosa al viola, dal celeste al blu intenso che danno un tocco di colore alle sue case cinquecentesche in granito che circondano la splendida chiesa gotica dedicata Saint Ronan.
Alta e slanciata la cattedrale di Saint Corentin a Quimper accoglie un vezzoso matrimonio.
Acqua, ponti infiorati e mulini, questo regala ai miei occhi il pittoresco villaggio di Pont d’Aven e capisco perché abbia incantato anche molti famosi pittori tra i quali il post-impressionista Paul Gauguin.
Magistralmente allineati e saldamente inchiodati al terreno i megaliti di Carnac si manifestano in tutta la loro misteriosa imponenza.
Vannes appare come una città di straordinaria eleganza. Il piccolo porto, il lavatoio medievale, il castello con i suoi massicci bastioni addolciti da rigogliosi giardini fioriti, riempiono i miei occhi. Tra le coloratissime case a graticcio della città vecchia svetta grandiosa la sobria cattedrale gotica di Saint Pierre e cosa vi trovo all’interno? La tomba con le spoglie di S. Vincenzo Ferrer, santo molto amato in agordino per i suoi miracoli sui bambini e al quale è stata dedicata anche una piccola chiesetta proprio in una frazione di Agordo.
Nantes tra le acque della sua Loira ci accoglie verso sera sfoggiando il prestigioso Castello dei Duchi, la sontuosa cattedrale di Saint Pierre e Paul e il fastoso Hotel de Ville tutto in affascinante stile gotico.
Nonostante l’avessi già vista in un precedente viaggio, la maestosa cattedrale di Saint Etienne a Bourges mi incanta con i suoi possenti archi rampanti, i portali riccamente decorati e le vetrate dalle dimensioni eccezionali che regalano all’occhio del visitatore un suggestivo gioco di luci e colori. E il vecchio furgoncino degli artigiani pasticceri e cioccolatieri di Bourges? Fantastico!!!
Una notte a Lione e poi ecco di nuovo il Monte Bianco, attraverso il quale si rientra in Valle D’Aosta che con i suoi storici castelli è proprio la ciliegina sulla torta.
E ora, nel riaprire gli occhi, avverto una forte sensazione di sazietà, di piena soddisfazione, proprio perchè anche questo viaggio, come altri che ho fatto, mi ha arricchito interiormente con la varietà delle sue proposte che ho potuto condividere con un fantastico gruppo di amici.

Barbara




Per un battito di … Giglio

Apro gli occhi: un profilo di tenue verde accoglie dolcemente l’azzurro del cielo. Non vedo più monti e rocce ma fluttuanti colline e vasti prati interrotti ogni tanto dalla presenza rassicurante della chioma tondeggiante di pini solitari che invogliano al benessere. Dove l’orizzonte diventa una linea diritta ed il colore marrone della terra bruciata si alterna al blu scuro delle acque si propaga la quiete del Lago di Burano. Qui, come anche nel Parco della Maremma, la natura è a casa propria ed è curioso e stupisce sempre come anche le più scontate conoscenze diventino invitanti scoperte quando l’uomo libera la propria passione ed ama ciò che fa.

Apro gli occhi: diventa difficile scorgere i resti della Torre di Capo d’Uomo anche se siamo sulla cima dell’Argentario e ad un passo dal toccarne la fredda pietra. La nebbia confonde ma dà ampio spazio all’immaginazione per farci diventare d’un colpo le anime vaganti di tutti coloro che un tempo lontano potevano avvistare da quassù il mondo prima che giungesse ai propri piedi e decidere se diventare eroi o semplici comparse.
Apro gli occhi: vari livelli di cupe nuvole fanno da contorno ad un’emozionante dirupo di roccia tufacea la cui sommità è stata magistralmente trasformata dall’uomo in sorprendenti costruzioni.
Appare come sospesa Pitigliano ed è difficile capire se sia più influente il colore e la conformazione di quella pietra o la capacità di fondersi e trarre da essa forza e poesia. Che sia stato per necessità od anche grazie a fortunate combinazioni storiche, ciò che riempie di speranza è che la capacità di costruire bellezza e positività dura nel tempo, parla e viaggia nei più differenti animi e ci invoglia ad aggiungere un frammento in più.
Apro gli occhi: mi inebrio di natura e ne sento il rispetto. Dalla via Cava di San Giuseppe, scavata in profondità nel tufo quale importante via di comunicazione, all’immenso mare di pini che come un tappeto si stende sino alla costa, alla spiaggia dove sembrano sculture i tronchi portati a riva dalle onde, agli ulivi argentei sorpresi a chiacchierare ora con distese di margherite ora con allegri gialli sinapsis, prodigiosa e preziosa sempre accompagna il nostro andare e lo arricchisce di colori, profumi e ricordi, così che i diversi luoghi del mondo si accomunano e ci riconoscono.
Apro gli occhi: un quadretto di piccole e colorate abitazioni sorride alle nostre inquadrature: ecco il Giglio. Sia che la si prenda dal porto, che dalla Torre del Campese, che da ogni passo percorso per raggiungere il dominate borgo medioevale del Castello, non c’è uno scorcio che sminuisca la sua potenza ed insieme dolcezza e guardarla dall’alto libera il cuore. Sembra un’isola forte, anche se un errore l’ha incrinata, anche se il dolore avrà sempre un’eco tra le sue onde. L’uomo sbaglia e poi magistralmente ripara, produce cose mirabili per inciampare magari nelle banalità, ma ciò che sorprende è vedere come la forza che spinge il suo genio sia un’amalgama tormentata della sua fragilità.
Apro gli occhi: l’aver dovuto rinunciare all’isola di Giannutri ci ha permesso di entrare in un mondo di ammirazione. Al centro della piazza di Massa Marittima con davanti il Duomo e la sua scalinata ed un girotondo di palazzi alle spalle non si può che restare incantati. Insieme alla storia si respira anche tranquillità come se il tempo avesse portato il giusto equilibrio di talento e bellezza, di potere e divinità.
Apro gli occhi: non è l’emozione che mi fa scendere le lacrime ma l’impertinenza di un fastidioso e sferzante vento che oltre ad insinuarsi tra le viuzze delle cittadine e nascondersi dietro ogni angolo di muro, a modellare i tronchi degli alberi, a scolpire sia le rocce friabili che quelle resistenti, ci ha inseguiti, scompigliati, rivoltati, elettrizzati senza alcuna pietà. Dobbiamo forse a lui l’intraprendenza dei due “sirenetti” sulla Spiaggia Collelungo? Di uno (Giorgio) abbiamo goduto del tuffo marino fuori stagione, dell’altro (Anacleto) abbiamo seguito la danza propiziatoria del piede in ammollo che tenta il volo.
Apro il cuore: per sentirlo non mi serve aprire gli occhi.
Batte piacevolmente sorpreso per la contentezza di aver incontrato un gruppo che, pur ampio e vario, ha saputo mantenere compattezza e flessibilità.
Batte di ammirazione notando come anche chi è costretto a rinunciare ad andare oltre possa farlo con un sorriso e come la tenacia e la voglia di vita spingano a superare impensabili limiti e passo dopo passo arrivare sino alla cima e non solo del Giglio.
Batte di gratitudine per aver ricevuto nel bisogno aiuto e comprensione, disponibilità e sostegno.
Batte di gioia visto che la capacità di alcuni ha saputo risvegliare gli animi portando canti ed allegria.
Batte di riconoscenza per l’impegno impiegato perché, sia nel passato ed ancor più oggi, sembra facile ma agire non è da tutti.
Riapro gli occhi e sorrido soddisfatta perché ….. ci siete.

Sara




L’isola di Giove

L’inverno è una stagione sorprendente in un’isola che è considerata la culla della civiltà occidentale.
Andai a Creta nel luglio del 2009 per un tour dell’isola e la ricordo vivace, assolata, dai gialli accesi e affollata di turisti.
A fine dicembre 2017 l’ho rivista silente rossa di terra, verde di piante e cespugli, blu e azzurra di mare e cielo e bianca di nuvole e cime innevate.

La nostra base è stata la vivace Chanià ,una città di origine minoica e con un bel porto veneziano.
Le escursioni in programma sono state sei e si sono svolte nella parte occidentale dell’isola di Creta.
Il sentiero europeo E4 era tutto per noi, 22 curiosi trekkisti bellunesi, alla ricerca delle bellezze di un territorio da scoprire, spesso faticosamente e che ha donato dei sorprendenti panorami.
Creta d’inverno è ricca di intensi arcobaleni e colori, tanti colori con variazioni e sfumature incredibili.
In sintesi Creta è UNA MERAVIGLIA DI COLORI e mi hanno colpito soprattutto:
Il Verde degli alberi tra cui i pini, gli ulivi e i lecci, dei cespugli come l’euforbia che dona al paesaggio perfetti tappeti di forma sferica.
Il Rosso della terra, delle rocce e della sabbia come nella spiaggia di Elaphonissi.
Il Blu e il Verde del mare visto dai sentieri sulla costa.
Il Blu intenso e l’ azzurro del cielo.
Il Blu pallido dei fiori di mandragora ,che ci ha accompagnato lungo tutto il cammino.
Il Bianco: delle nuvole e della neve sulle Montagne Bianche, con cime oltre i 2000 metri.

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Desidero fare una piccola annotazione sugli abitanti dell’isola.
I cretesi sono persone gentili e sorridenti che ti mettono sempre a tuo agio. Per loro l’ospite è sacro e va coccolato con delle piccole attenzioni, come il dolcetto a fine pasto accompagnato dal rakì, la grappa locale.
Un sentito ringraziamento al nostro capogruppo, Anacleto, che ha stipulato un contrattino con Giove Pluvio, che per fortuna ci ha risparmiato i suoi famosi strali durante le nostre escursioni.

E per finire una cartolina immaginaria da Creta. Eccola!
Titolo: I colori della spiaggia e della laguna di Balos, vista dall’alto, in un deserto due gennaio 2018.
Lettore quasi per caso, ti chiedo di chiudere gli occhi, di concentrarti e immaginare.
Ecco, tu vedrai il rosso della terra umida, il grigio il rosso e giallo della costa rocciosa sulla sinistra, il verde dei cespugli e sotto di te il il bianco rosato della sabbia, il verde con variazioni da acqua a turchese della laguna, sullo sfondo la spuma bianca del mare blu scuro con le onde che si infrangono sul bordo della laguna e sopra di te un cielo bianco grigio e tu che incredulo e ammirato sussurri: “ Ah però! Che spettacolo!”
Ciao Creta.

Matilde

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Ancora Emozioni!

Giorni prima della partenza per Vicenza, raccolsi pareri poco lusinghieri sulla Mostra di Van Gogh, ma, siccome non sono tipo da crearmi pre-giudizi, non li presi in considerazione.

Entrai alla Mostra con l’animo disposto a cogliere ancora una volta gli aspetti del noto pittore, che ci venivano proposti.
La nostra giovane guida Martina ci ha condotto come per mano, piano piano, a percorrere la vita tormentata di Vincent con tale preparazione e partecipazione emotiva che anche stavolta mi sono commossa nell’accostarmi alle opere dell’artista. Mai come in questa occasione la guida è stata indispensabile per cogliere gli aspetti più particolari che trasparivano da quei disegni e quadri, per farli giungere nella nostra mente e penetrarli nel nostro cuore. Così grazie a quella mediazione, Vincent ci ha fatto percepire il suo bisogno di trasmettere sensazioni e messaggi: i suoi tratti e le sue pennellate sono un linguaggio forte che arriva dritto all’anima in un tempo senza tempo. Lui era lì, vivo e passionale a dirci che paesaggi, persone e cose sono un tutt’uno con lo stato d’animo.

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Purtroppo gli acquirenti di opere d’arte suoi contemporanei non desideravano portarsi a casa e mettersi in salotto quei soggetti: troppo impegnativi o addirittura “poveri”, non adatti ad abbellire la loro vita nobile o ricco borghese. Così nessuno comprò i suoi lavori, facendo aumentare il suo tormento d’incompreso per portarlo al tragico gesto finale.
Dopo l’immersione in quelle emozioni, siamo usciti a godere il tepore del sole vicentino, per poi giungere sui colli ai piedi dell’Altopiano, a Lugo di Vicenza, dove ci aspettava un buon pranzo in villa con un servizio impeccabile ed accogliente.
La vecchia villa palladiana Godi Malinverni ci ha deliziato con i suoi affreschi, scoprendo ancora una volta uno di quei tesori custoditi dal territorio veneto.
Scattata la doverosa foto di gruppo, dal bravo socio Andrea, a testimonianza di una giornata trascorsa bene e in piacevole compagnia , siamo rientrati a sera nelle nostre dimore sicuramente più ricchi di conoscenza.
Grazie al C.T.G.

Carla Sarto




La consistenza della… Creta

Non avevo mai fatto caso agli alberi di carrube.
Hanno una chioma grande ma molto composta, un tronco a volte contorto ma solido e ben piantato, delle foglie lucide di un verde intenso, un frutto coriaceo ed un seme altrettanto duro e resistente, un tempo usato per pesare l’oro.
Li trovi isolati, sparsi qua e là e quasi ti vengono incontro a segnalare una presenza di vita in questa parte di ISOLA di CRETA il cui suolo dominato da rocce aspre e taglienti fa da padrone.

Nonostante l’arsura, la poca terra rossa, il vento sferzante, il sole cocente, loro sono diventati grandi, forti, fieri, alteri e la loro dignità addolcisce ed accompagna le sterminate distese di arbusti di timo, erica e lentisco che con caparbietà conquistano la luce riducendo al minimo le proprie esigenze vegetative.
Le difficoltà segnano ma non fermano né la forza della natura né l’orgoglio dell’uomo che dignitosamente costruisce, piega, strappa al mare spiagge e radure per seminare, coltivare, sopravvivere.
Una terra per gente tenace, che non teme il cielo dal quale ottiene acqua e neve per dissetare, nè il mare che porta diversità, né la lotta costante con l’ignoto.

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Forse perché l’abbiamo percorsa in questi giorni d’inverno con nessuna confusione e sconfinati silenzi…
Forse perché ho sentito sulla pelle la sferzata del vento e della neve proprio lì a poca distanza dal mare in un giorno di marcia…
Forse perché ho ascoltato il belare straziante di un capretto appena nato ed il suo disperato richiamo alla ricerca della madre e perché con frustrante rassegnazione ne ha lasciato un altro in balia della legge del più forte e della morte…
Forse perché ho avvertito le innumerevoli gole – quelle di Samarià, di Aradena – che dall’interno aprono dei varchi profondi verso il mare, come delle intime ferite…
Forse perché ha saputo rendere perigliosi i nostri percorsi tra pietre e scogli mettendo a dura prova agilità e resistenza e ci ha quasi respinti soffiandoci contro un vento forte ed autoritario…
Forse perché in certi momenti è riuscita persino a metterci in discussione, a disarmarci, trovandoci vulnerabili con noi stessi e con gli altri…
… io l’ho percepita come una sfida.

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Facile arrivare su un’isola ed appropriarsi delle sue bellezze e delle sue particolarità.
Difficile è entrare nelle sue verità, comprenderne i comportamenti, le credenze, le abitudini, senza giudicare o portare via ma accettandone la dignità e la dinamicità.
Creta ha messo a dura prova l’equilibrio di Luigina, scosso le caviglie di Matilde ed Antonia, ha sferrato un pugno all’occhio di Annalisa mandandole in frantumi gli occhiali e truccando la sua spavalderia, costretto Gigi e Gemma a far compagnia all’autista ed immolarsi sulla tavola del buon pesce, fatto ansimare Elisabetta piazzando salite dietro ogni curva, reso silenzioso Anacleto dosandogli la “ricarica” piano piano, spinto Lucia a stringere intimi rapporti con tutti i cespugli della strada da Balos a Falassarna, Lorenzo ad ammettere che “l’antica acqua di Lissos” era un tantino pesante e costretto tutti noi a deviare su percorsi più agibili.
Ma quando si è accorta che nulla poteva ostacolare il nostro desiderio di cammino e di scoperta e che mai ci saremmo arresi, allora l’isola ha dato il meglio di sè.
Ha tolto il velo di nebbia e ci ha regalato un magnifico giorno primaverile, ha ritoccato le nubi creando spettacolari sfumature di chiaroscuri, reso il mare talmente azzurro da spingerci ad immergere i piedi e desiderare di perdersi dentro, disseminato coralli tra la sabbia e svelato la “Vie en rose” ai nostri occhi, appostato chiesette solitarie ma rivelatrici in angoli impensabili e spettacolari, addobbato di squisite arance gli alberi più belli, fatto sbocciare tra una pietra e l’altra il fiore splendido della mandragora e ci ha salutati amichevolmente con il belare calmo delle suoi abitanti a quattro zampe.

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La sua “consistenza” mi ha fatto capire che senza sfide nessuno di noi sarebbe spinto a cercare e dare il meglio di sé, che vale la pena lottare contro qualche paura piuttosto che non spingerci mai verso orizzonti nuovi, che se si affronta una sfida con un atteggiamento positivo risulta tutto più leggero e che la sfida più grande è quella di non percorrere la strada da soli ma di cercare di unire le forze per realizzare qualcosa insieme.
Forse per me non è stato amore a prima vista ma uno di quelli che si rivelano piano piano e spingono alla conoscenza oltre i confini. In fondo è questo che dà significato al nostro come a qualsiasi viaggio sia fuori che dentro di noi. Che dite: accettiamo la sfida?

Sara




Heviz, terme con gli amici

Heviz è uno stacco di benessere dallo stress quotidiano;

“un’ isola acqueo/fango/sulfurea” situata in una ridente cittadina con il suo interessante lago termale punteggiato da ninfee multicolori.
Oltre; i bei paesaggi del lago Balaton, con la consapevolezza che le proprietà di cui usufruiamo sono il frutto di antichissime attività vulcaniche.
La dimestichezza con la struttura termale dell’hotel (quasi una seconda casa) e con il personale al completo, ci aiutano nel peregrinare tra una cura e l’altra, come tanti fraticelli con il saio bianco ed il nostro “breviario”.
Gli appuntamenti con il tea time, ginnastiche varie, sauna show, acquagym ci impegnano quasi come in uno slalom.
Un bel sole ha favorito le amanti dell’abbronzatura ed il buonumore di tutti.
Complice di rilassamento e beneficio è la compagnia di amici vecchi e nuovi per raccontarsi le novità dell’anno trascorso, i benefici delle cure,
i pareri (e prove…) sui massaggiatori interni ed esterni, la voglia di una passeggiata o biciclettata nei dintorni, un caffè, un mercatino, un ballo una nuotata in gruppo al laghetto di Heviz… e molto altro…

queste righe per un saluto cordiale a tutti, sani!

Tiziana

 

17–31 agosto 2017 - Heviz - Cure naturali in Ungheria    17–31 agosto 2017 - Heviz - Cure naturali in Ungheria




Russia, un paese ancora sospeso tra passato e presente

Commenti di viaggio

A Mosca tra chiese e monasteri. A San Pietroburgo tra dimore regali e dinastie. E sopra la selva di cupole dorate, pinnacoli multicolori e palazzi tinta pastello, un cielo azzurro punteggiato di nuvolette bianche. “Condizione eccezionale per un periodo di così tanti giorni” ci hanno detto. E noi 28 del Ctg ce le siamo godute tutte quelle giornate, insieme con le diverse pennellate dei boschi, dei fiumi e del mare. La tavolozza della Russia che abbiamo visitato un mese fa è stata questa. Splendida!


Il primo impatto è stato con la grande Mosca, luccicante, ancora sospesa tra passato e presente. Poi la nordica San Pietroburgo proiettata verso il futuro; nessuno la chiama più Leningrado, solo in Italia si sente pronunciare questo nome. E in mezzo l’Anello d’Oro dove il tempo s’è preso una pausa e dove le piccole città si gloriano dei loro gioielli pieni di storia.

È un strana sorte quella della Russia: dai grandi fasti ai gradi tonfi. Dall’orgoglio patriottico a una specie di complesso d’inferiorità. Negli ultimi 300 anni della sua storia questo Paese ha sempre avuto uno zar che domina e un popolo che spera. Dai Romanov ai Lenin ai Putin. Ognuno diverso e tutti con un solo dictat: comandare. E con un ricorrente imperativo, unico e differente, sul culto: su le chiese, giù le chiese e di nuovo su le chiese. Ci hanno messo del loro anche le guerre a far piazza pulita di palazzi, monumenti e luoghi di culto. Nel nostro gruppo di turisti da una parte si sente bisbigliare “colpa dei tedeschi” e dall’altra “colpa dei russi”. Di sicuro a colpire se stessi sono stati i sovietici. Ma ecco che è arrivata la terza epoca zarista con il plenipotenziario Putin che, dominato dallo zelo, edifica strade, ponti e grattacieli, rimette in piedi gli antichi palazzi e le cattedrali ed erige centinaia di nuove chiese. Putin capovolge tutto in Russia, dando spazio al capitalismo tanto aborrito dal comunismo e anche facendo del cristianesimo ortodosso la religione di Stato. In quest’ultimo caso credo che la spiegazione più verosimile sia quella di dire a chi ha orecchie: “Alt, qui non si entra!”. Cecenia docet!
Un dato è certo: in questa parte di Russia si lavora e le città sono pulite. A Mosca si è voluto realizzare anche la city: un pugno di grattacieli che messi a confronto con quelli di Dubai (tanto per fare un esempio) fanno tenerezza. Pure San Pietroburgo ha voluto la sua torre, anche se in verità sembra un solitario dito medio alzato nella zona del porto e a poca distanza dai grandi casermoni di epoca sovietica. Maestosi però sono i nuovi lunghi e larghi viadotti e le sopraelevate alla foce della Neva (da pronunciarsi con l’accento, ci è stato detto) sul Golfo di Finlandia.

Le meraviglie in Russia spesso ti tolgono il fiato. Da brividi sono i capolavori dell’Ermitage a San Pietroburgo, come lo sono le stazioni della metropolitana o la Piazza Rossa a Mosca. A farti rimanere a bocca aperta in ogni posto visitato sono le architetture e gli affreschi delle cattedrali, le dimore settecentesche delle zarine, i monasteri dell’Anello d’oro. Ho provato grande emozione nel trovarmi davanti alle sepolture di sommi scrittori e musicisti conosciuti attraverso la letteratura e le note immortali. Profonda commozione invece ha pervaso tutti noi quando, nel monastero di Sant’Eutimio a Suzdal, siamo entrati nel piccolo museo di guerra che custodisce cimeli, foto e scritti da far rabbrividire. È quel che resta dei soldati italiani imprigionati e morti dopo lunghe marce a temperature di oltre 20 gradi sotto lo zero sulla steppa innevata. Ancora tanto raccoglimento e qualche preghiera ci hanno unito intorno alla tomba comune nel bosco dove sono sepolti i nostri connazionali.
Un commento sull’industria del turismo in Russia? C’è ancora tanto da fare, a partire dalla doppia scritta di località, vie, piazze che sia diversa dal cirillico. La cucina? Stendiamo un velo pietoso. Il servizio? Un altro velo.

Maria Zampieri




Mosca, Anello d’Oro, San Pietroburgo

Impressioni di viaggio

Era già buio alle 19,40 quando siamo giunti a Mosca e subito con la guida Pietro siamo partiti per il previsto giro panoramico notturno della città, facendo sosta nella Piazza Rossa tutta illuminata a giorno. Che meraviglia, che gioia, che emozione trovarsi nella bellissima e famosissima piazza dove la Russia sovietica, con Stalin e via via con i suoi successori, voleva mostrare al mondo la sua grande potenza militare.

Ed è con grande interesse e piacere che, nelle giornate successive, abbiamo visitato la città ed ammirato le sue straordinarie bellezze: la cattedrale di San Basilio, il Cremlino, l’incantevole piazza delle cattedrali, dove una formazione di fanti e cavalieri con banda musicale si è esibita in spettacolari evoluzioni, ed inoltre la grandiosa metropolitana, storici palazzi, sontuosi monasteri e tanto altro ancora di questa immensa città (km 44 x 36). Una sera siamo andati a vedere il Balletto, ricco di numerosi ballerini e ballerine che, nei loro suggestivi costumi, si sono esibiti in applauditissime danze, compresa quella acrobatica dei cosacchi.

4 – 12 agosto 2017 - Russia e l’Anello d’Oro     4 – 12 agosto 2017 - Russia e l’Anello d’Oro

 

 

 

 

 

Allontanandoci da Mosca per circa 230 km in direzione Nord-Est, abbiamo successivamente percorso gli itinerari dell’Anello d’Oro (culla della storia e civiltà russa) attraverso un immenso territorio pianeggiante con boschi e boschetti di pini e betulle, prati e terreni agricoli, dove sorgevano qua e là piccoli agglomerati rurali con le caratteristiche isbe. Abbiamo così visitato le città di Suzdal, un grande museo all’aperto patrimonio dell’Unesco, di Vladimir, importante centro industriale, con l’imponente arco della storica Porta d’Oro, due ricchissime cattedrali ed altre interessanti opere, ed infine la città di Serguiev Posad, anch’essa patrimonio dell’Unesco, dove abbiamo ammirato il grande monastero di San Sergio, ricco di torri, campanili, edifici religiosi con cupole dorate secondo la tradizionale arte russa. A Suzdal siamo entrati in un piccolo cimitero dove sono stati sepolti militari italiani, morti in prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale.

4 – 12 agosto 2017 - Russia e l’Anello d’Oro     4 – 12 agosto 2017 - Russia e l’Anello d’Oro

 

 

 

 

 

Il trasferimento da Mosca a San Pietroburgo l’abbiamo fatto comodamente in treno, percorrendo in quattro ore (19,40 – 23,40) la distanza di 600 Km. Arrivati a destinazione, la nostra guida Maria ci ha accompagnato in albergo, attraversando la città su una lunga e larga strada: la festosa Prospettiva Nevskij. San Pietroburgo è una ridente città sul golfo di Finlandia, con un grande porto, bagnata dal fiume Nevà e da altri minori corsi d’acqua e canali con numerosi ammirevoli ponti di collegamento fra le isole, dove è stata edificata la città fondata da Pietro il grande nel 1703. Essa è pertanto una città moderna con bellissimi palazzi e strade larghe e rettilinee. È anche sede di importanti fabbriche a livello nazionale per mezzi di trasporto, macchine ed attrezzature agricole sempre più richieste, mobilifici etc. E’ inoltre ricca di un grande patrimonio artistico, del quale, a parte il celeberrimo museo di Stato Hermitage, mi piace ricordare le grandiose ed emozionanti cattedrali di Sant’Isacco e della Resurrezione, detta anche Tempio del Salvatore sul sangue versato.
Sia Mosca, con undici milioni di abitanti, che San Pietroburgo, con cinque milioni, sono tenute perfettamente in ordine e pulizia: mai vista una carta sulle strade né una scritta sui muri.

4 – 12 agosto 2017 - Russia e l’Anello d’Oro     4 – 12 agosto 2017 - Russia e l’Anello d’Oro    

 

 

 

 

 

Le due guide, Pietro a Mosca e Anello d’Oro e Maria a San Pietroburgo, sono state sempre all’altezza del loro compito per la vasta preparazione professionale e la costante premurosa attenzione. Pietro, un allegro ed estroverso cinquantatreenne era tifosissimo di Putin, possedeva un appartamento a Mosca, dove viveva con moglie e figlio, ed una dacia in campagna: “Ma non per questo sono ricco, come qualcuno di voi mi ha detto, tutti i moscoviti, con rare eccezioni, hanno la dacia. Per noi è una necessità poter trascorrere tanto tempo libero nella quiete della campagna e respirare aria pulita”. Maria non era per nulla tifosa di Putin e non aveva la dacia. Viveva in un appartamento col fratello assieme alla madre che dovevano aiutare economicamente, in quanto percepiva una pensione mensile corrispondente a 150 euro. “Qui i matrimoni durano poco – raccontava tra l’altro – anch’io sono divorziata, felicemente divorziata”, precisava.
Infine, credo che possiamo dire con soddisfazione che abbiamo fatto un gran bel viaggio, lontani dalle nostre case tutti insieme in sana allegria e buon umore. Ancora un grande plauso al nostro Loris, silenzioso accompagnatore, ma sempre concretamente ed efficientemente presente.
Con la speranza di poterci incontrare ancora, rivolgo a tutti un caro saluto.

Gian Paolo Sedda




Provenza: terra di colori e di profumi

“Le jeux sont fait…en Provence!”
Questo è stato per noi un viaggio davvero speciale. Lo ricorderemo soprattutto per la varietà dei paesaggi, i loro colori e i profumi assaporati tra un’escursione e l’altra.

Giunti in Provenza, le Gorges du Verdon, ci accolgono facendoci rabbrividire di fronte a un canyon impressionante di rocce sfumate di rosa, a strapiombo sul corso dell’omonimo fiume che fa bella mostra di sé con le sue acque verde smeraldo.
Il borgo medievale di Moustiers Sainte Marie, incastonato fra due rupi rocciose, sembra un presepe. Lungo le sue viuzze, tra ponti in pietra e piccole fontane, graziosi negozi di maioliche attirano lo sguardo del visitatore. E la stella? Non sarà vero, ma per noi è piacevole pensare che sia stata collocata lì al ritorno dalle crociate, a protezione del luogo, proprio come la cometa di Betlemme.
Il percorso alla volta di Marsiglia è un susseguirsi di campi di lavanda che riempiono i nostri occhi di viola, un viola a cui il sole toglie un po’ di intensità, ma non il forte profumo che inebria tutta l’aria.
Ecco Marsiglia dolcemente adagiata sul suo golfo, protetto da brulli promontori rocciosi. Al nostro arrivo si comprende immediatamente come sia una città di porto cosmopolita e dunque aperta al mondo. I suoi edifici interamente rinnovati non lasciano minimamente immaginare il suo passato tumultuoso, ma la proiettano verso un futuro attivo e attraente.
Nel saponificio “Marius Fabre”, a Salon, l’odore acre del sapone non risparmia qualche smorfia di disgusto, ma la spiegazione della guida interessa a tal punto che tutti acquistano questo prodotto prezioso per la pelle.
Arroccata su un impervio spuntone roccioso dell’Alpilles, Les Baux de Provence, con il suo imponente castello, incute un certo timore in chi si avvicina. Attraversando il borgo caratterizzato da piccole piazze, terrazze ombreggiate, vicoli e negozietti si respira, invece, un’aria frizzante che stimola non poco la macchina fotografica.

17-22 luglio 2017 Provenza

Tutto cambia quando ci avviciniamo a S. Remy. I colori diventano delicati, sembrano usciti da un sogno. Siamo immersi in un misto di passato e presente: dall’antico Mausoleo romano con l’Arco di Trionfo di Glanum, agli ulivi che ci ricordano i meravigliosi dipinti di Van Gogh che qui trascorse un anno della sua tormentata esistenza. Bisogna però dare sfogo all’immaginazione per riuscire a vedere attraverso questo luogo così delicato i colori violenti e quasi disperati con i quali l’artista ha riempito le sue tele. Una sua statua che abbraccia un mazzo di girasoli ci accoglie lungo il viale di accesso al Monastero divenuto nel tempo Ospedale Psichiatrico. La chiesa, il chiostro trapuntato di begonie, tutto è estremamente pacato; solo le stanze dei malati di mente inquietano e fanno riflettere.
Alghe color verde bottiglia colorano il fiume Gardon, copioso affluente del Rodano. Su queste acque si rispecchiano le bianche pietre calcaree del Pont du Gard, maestosa opera ingegneristica realizzata dai romani, un acquedotto a tre arcate perfettamente conservato che domina il fiume con la sua possenza ed eleganza.
Avignone, antica città papale, regala un altro momento di storia a questo nostro viaggio in terra di Provenza. Il Palazzo dei Papi, a ricordo della “Cattività Avignonese”, troneggia al centro della piazza creando un impatto quasi disarmante. Niente lusso, niente sfarzo, solo una maestosa architettura medievale che domina tutta la scena. Fuori dalle antiche mura il famoso Ponte di Avignone ci invita a canticchiare il classico motivetto.

17-22 luglio 2017 Provenza

Ocra, arancio, rosso, mattone, bruciato, eccoli i particolari colori caldi del massiccio del Luberon. L’itinerario ci conduce alla scoperta di strane concrezioni rocciose dalle mille sfumature che contrastano con l’azzurro intenso del cielo e il verde brillante dei pini che crescono qua e là. Il pittoresco borgo di Roussillon è un tutt’uno con le rocce circostanti, come una tavolozza di colori, dunque, che si apprezza ancora di più percorrendo le sue strette stradine, dove si affacciano botteghe di ceramiche dipinte sui toni dell’ocra e graziosi ristorantini.
Tra le colline, in una culla adagiata sui campi di lavanda, ecco l’Abbazia cistercense di Senanque. Il silenzio e la pace la fanno da padroni. Grazie alla luce pomeridiana che entra dai rosoni romanici ammiriamo le semplici forme della Chiesa abbaziale, dove si respira un’atmosfera che ti porta indietro nel tempo.
Ultimo vero gioiello del nostro viaggio è Gordes, “palcoscenico” del film un’Ottima annata. Questo suggestivo borgo in pietra dalle varie tonalità del beige, punteggiato dal verde cupo dei cipressi, è uno spettacolare terrazzo sul Luberon. Il suo castello, la famosa fontana, le stradine lastricate lo rendono un luogo davvero unico.
E ora, chiudendo gli occhi, nel rivedere tutto ciò, sentiamo ancora qualche brivido di paura scendere lungo la schiena, il frinire delle cicale, la voce pacata di Carmelo, le chiacchierate in piacevole compagnia, una birra lasciata là, un gelato troppo grande per essere leccato, le navettes che sanno di dopobarba, il profumo del caffè in pullman…
…emozioni e ricordi di uno splendido viaggio di mezza estate.

Barbara con Ivan
Paola con Fabrizio e Daniele




A…ttenti! c’è Capraia

Non vorrei dilungarmi a descrivere le bellezze di questa “chicca” di isola che è Capraia, rigurgitata dal mare blu nove milioni di anni fa e poi nuovamente ricompattata con un altro fenomeno eruttivo cinque milioni di anni dopo, con le sue scogliere variopinte a picco e la sua natura solitaria ma familiare.


Vorrei concentrarmi invece su alcuni aspetti che l’andirivieni lungo i suoi sentieri ed i salti sugli innumerevoli sassi mi hanno suscitato.
Il primo è senz’altro l’essenzialità. Al giorno d’oggi non si sa bene a cosa corrisponda. Ognuno potrebbe darne la propria versione perché quello che abbiamo è comunque sempre superiore alle nostre necessità, ma coloro che qui lungo gli anni hanno vissuto penso l’abbiano messa in pratica.

13-18 aprile 2017 - Trekking pasquale (Isola di Capraia)

Già i pochi alberi che ci accolgono dopo tre ore di navigazione stagliandosi come vedette contro il cielo sul profilo ondulato delle cime, ne sono un primo accenno.  Le loro chiome di pini domestici proteggevano dalla calura estiva i detenuti che qui scontavano gli ultimi anni della loro condanna mentre costruivano i numerosi terrazzamenti per le coltivazioni, oggi ricoperti di fitta vegetazione mediterranea. Per loro era essenziale un po’ d’ombra, l’acqua raccolta dal cielo, la dimora nelle costruzioni isolate all’interno, le torrette situate in punti strategici per gettare uno sguardo di speranza sul mare e magari uno scambio di prodotti e qualche parola affabile con gli abitanti che lì vivevano in libertà.  Due situazioni contrapposte nella stessa realtà perché se per gli isolani l’essenziale diventava pescare, mangiare, sopravvivere, per gli “ospiti” l’essenziale era l’agognata libertà. E se tocchiamo l’animo umano l’essenziale non ha confini neanche per un’isola: c’è chi insegue una pennellata sulla tela, come il pittore della torre del porto, chi magari una lavatrice, un pannello solare o una piscina per attivare il progresso, chi un angolo riparato dove poter proteggere con amore un tenero giglio.  
E qui si innesta un aspetto che si anima proprio lì dove vengono meno tante cose materiali: la particolarità. C’era passione negli occhi della signora dell’erboristeria, c’era respiro di  attenzione, di cura, di studio in tutte le boccette, le etichette, i sacchetti di piante aromatiche. C’era il bisogno di attingere alla bontà della natura, al dono della linfa del lentisco o alle proprietà del mirto, al profumo della lavanda e della rosa, all’aroma dell’origano, dell’elicriso e del peperoncino, ai benefici ed alla soddisfazione che può dare preparare una ricetta con le proprie mani, un liquore, dosando gli ingredienti, sperimentando le idee, osando aggiungere un nuovo fattore così che magari il risultato cambi.
È la magia di chi procede usando non gli occhiali da sole ma una lente d’ingrandimento e sta attento a posare i piedi per non calpestare l’ipocisto, così piccolo e nascosto, la chiocciola che solo qui vive, le splendide uova della popolazione di gabbiani che ormai presidia con i propri voli e le proprie grida ogni angolo di pendio dimostrandosi la più bella ed armoniosa vedetta di un’isola di pace.
E dove c’è l’attenzione al piccolo si gusta di più e non solo con la papille, così che la colazione del mattino diventa l’apertura all’accoglienza del giorno che si anima, le infinite sfumature e profondità del mare curano le incrinature dei disagi, le grida delle berte un messaggio per conoscere l’ignoto, la durezza e cromaticità delle pietre un pezzo di sudore e di storia da scoprire ed il giro in barca attorno all’isola testimonia che le sfaccettature di un luogo, di una persona, di una parola, sono molte e multiformi e splendide e non bisogna avere paura di incontrarle tutte perché ognuna è un panorama prezioso.
E come non scoprire tutta questa meraviglia se non nel silenzio.

13-18 aprile 2017 - Trekking pasquale (Isola di Capraia)

A volte non si è a proprio agio quando si resta soli, distanti dal frastuono a cui ci hanno abituati traffico, telefoni e schermi. Qualsiasi pretesto pur di non dover affrontare il rimbombo del cuore e le sue ferite. Eppure se vi è capitato di percorrere da soli anche solo un pezzo del sentiero che dal porto porta al paese, sedervi in cima ad una scogliera, scendere piano a toccare l’onda del mare, trovarvi a fissare un punto all’orizzonte o attraversare le viuzze tra le case, avrete senz’altro sentito soffiare sui vostri pensieri il silenzio. Non una cosa pesante, non un giudizio o un ostacolo, ma una carezza, un caldo raggio, un abbraccio tra terra e cielo, un mosaico di colori spruzzati in volto.
È bello sentire quanto si è pieni ed appagati quando tutto il creato è in pace nel nostro animo, quanto si possa colmare l’affanno di volere l’impossibile con ciò che si ha davanti agli occhi e quanto l’infinito sia ciò che abbiamo ogni volta che apriamo il cuore al mondo. Si può essere spinti verso una fede, una passione, un programma o travolti da un rifiuto del reale, un disorientamento nel dolore, ma sempre ci vuole una partenza e questo potrebbe essere il luogo giusto per trovarla.
Un’ultima cosa: la soddisfazione. Affrontare ciò che già si è capaci di fare alle volte non lascia traccia ma sfidare tutti quegli impervi sentieri, arrivare alla Torre di San Zenobio o alla Torre della Regina, raggiungere la Cala Rossa o Lo Stagnone, trapuntato da tenerissimi ranuncoli, provare a noi stessi di essere in grado di superare quel sasso che ci sembrava impossibile, ci stanca sì ma ci ridona vitalità e ci riempie di quella soddisfazione sana di cui si alimenta il coraggio.
Ammiro davvero tutti voi e quanto il vostro CAMMINARE OLTRE …mi insegna molto.

13-18 aprile 2017 - Trekking pasquale (Isola di Capraia)

Ebbene ogni volta che ci sarà permesso di fare una scelta dipenderà da noi se prediligere posti attrezzatissimi e lussuosi in cui stordirci o piuttosto angoli di quiete da condividere (grazie alle mie “concubine”), che richiedono solo di interagire con il nostro cuore per donarci tutta la propria ricchezza ed attivare il nostro bisogno di scoperta ed apprendimento.

Sara




La magia delle Lofoten

Frammenti di ricordi del viaggio dal 23 al 27 febbraio 2017 in terra scandinava

Sono partito a malavoglia, fiaccato da una brutta influenza, con timore di essere di intralcio ai nuovi, sconosciuti compagni, ma la presenza di mia moglie mi ha indotto ad accettare il rischio (mi rendo sempre più conto di quanto sono fortunato da ben 47 anni!). Poi, oltre il Circolo Polare, l’aria glaciale delle bufere artiche ha evidentemente depurato e rinvigorito il mio fisico.

Mi trovo subito a mio agio con il gruppo del CTG: si va d’accordo. Annalisa è davvero una persona speciale, indispensabile per l’armonia e per ogni esigenza del gruppo.
Si inizia bene. Alle 23, all’arrivo all’aeroporto di EVENES, c’è una bufera di neve che dura l’intero viaggio fino ad Harstad, ove si giunge in albergo verso mezzanotte. Al mattino, tutto è bianco sotto una coltre di oltre 30 cm di neve. La colazione nordica fornisce la necessaria energia per tutta la giornata che risulta splendida: un continuo alternarsi di bufere di neve, momenti di stasi, qualche apertura del cielo, luci all’orizzonte, poi di nuovo neve portata dal vento: i fiocchi hanno spesso la forma di granuli tondeggianti, modellati dalle tormente di alta quota. La temperatura oscilla tra -5 e -10 C°.

Le strade sono bianche, su neve dura, gelata, pulita (qui, fortunatamente, non usano il sale, ma solo gomme da neve, chiodate!)
Nonostante le molte fotografie, il paesaggio non può essere che parzialmente descritto. Più che dell’immagine ho il ricordo delle sensazioni, difficilmente descrivibili. Una continua scoperta di pareti rocciose nerastre a picco sul mare talora gelato dei fiordi, ripiani glaciali con enormi massi erratici e di frana, casette rivestite da perline di legno colorato, rosse, gialle, grigie, multicolori, a dimensione familiare, chiese variopinte che ricordano un’antica religiosità. Distribuzione territoriale armoniosa dei paesi e dei gruppi di abitazioni sparse che supera la fantasia di qualsiasi architetto, porticcioli cinti dalle ”rorbu”, case rosse dei pescatori fondate su palafitte. Paesaggio da impressionisti!
La morfologia glaciale a luoghi è dolcemente ondulata, multiforme, rassicurante, a luoghi è quasi minacciosa, aspra ed imponente come quella di certe nostre valli alpine e dolomitiche. Sono ben leggibili almeno tre fasi glaciali recenti.

Le pareti rocciose di ortogneiss granitico nerastro, vecchio di qualche miliardo di anni, incutono rispetto e ammirazione come per un patriarca biblico (quando si formarono non c’era neanche la minima traccia della nostra Europa). La continua variabilità della moltitudine di cuspidi profondamente incise da precipiti voragini mi trasmette un gran desiderio di salire a piedi, esplorare, magari di bivaccare una notte con sacco a pelo e martello, in qualche anfratto, come avrei fatto un tempo! Vedo itinerari che vorrei e potrei percorrere: il mondo si vede meglio se si percorre a piedi! (Ma non è detto che non ci possa essere un ritorno, magari in una futura estate, con 24 ore di luce al giorno).

Quando veniamo inghiottiti dall’enorme bocca del traghetto, mi sento come un novello Giona nel ventre della balena. Presto siamo rigurgitati sulla sponda opposta che ci riserva nuove emozioni. Una nuova bufera di neve, poi i colori vivaci delle casette con deliziose verande, poggioli, finestre ornate di merletti, sempre illuminate da lampade accese, come a dire: qui c’è vita! Giovani e vecchi si muovono agili, a spinta, sulle strade innevate con speciali e leggere slitte. Sono colpito dalla inconsueta e coinvolgente variabilità del clima, dall’asprezza e dolcezza del paesaggio, dall’armonia delle abitazioni!
A Langøya, al parco delle renne (che sembrano godersi un tiepido riposo in una neve gelida) una multicolore signora Sami, INGA, con robusti fianchi ben difesi da un temibile pugnale, si muove e si agita continuamente, rendendo arduo ogni mio tentativo di ripresa fotografica.
Poi Melbu, Fiskebøl e tappa a Svolvaer. Dalla parete tutta a vetri della stanza d’albergo, al 6° piano, a notte inoltrata godo il panorama ovattato della piazza e del porto: un alternarsi di turbinii di neve amplificati dal chiarore di luci sparse: la chiesa sullo sfondo, un’auto imprime una profonda traccia circolare sullo spesso strato bianco. Lontano, al piede della montagna, puntini luminosi segnalano rassicuranti presenze tra fiocchi capricciosi.

Al mattino, dopo una fenomenale colazione a base di tutto e molto di più di quanto si possa immaginare (roba da Vichinghi!), ci spostiamo tra un alternarsi di bufere di neve e momenti di calma e luce, in un paesaggio articolato e vario che coinvolge. Una breve sosta alla chiesa di Kabelvag. Il vicino semplice cimitero infonde serenità e pace e cozza contro il monumentalismo ipocrita dei camposanti domestici. Anche i frequenti ponti di collegamento tra un’isola e l’altra mi paiono leggeri, raccordati armonicamente con la natura. Si arriva ad Henningsvaer con una vera e propria tormenta polare. Visitiamo un’interessante mostra di pittura. Di un bel filmato sul duro lavoro della pesca al merluzzo mi resta impressa l’immagine delle robuste mani di un vecchio pescatore. Mi ricordano le povere callose mani di mia madre, contadina saggia e quelle dure e logorate dalla pietra di mio padre, muratore instancabile.
Torna il sereno ed il paesaggio è semplicemente spettacolare: isole, scogli, insenature, pareti rocciose verticali, incombenti sul mare dei fiordi, deliziose casette variopinte. Ci spostiamo a Borg, ove visitiamo un’imponente casa-museo vichinga, sede di un’interessante mostra di storia, arti e cultura.
Alla sera permane il sereno ed a notte fonda ci spostiamo circa 50 Km oltre Svolvaer, ove l’orizzonte privo di ostacoli, aperto sul mare, ci permette di osservare per un lungo tempo una verde aurora boreale. Uno spettacolo difficile da descrivere. Non trovo le parole. Per questo, credo sia necessario leggere la delicata e poetica descrizione fatta dalla signora Nidia che ha magistralmente illustrato il fenomeno con l’abilità di un pittore.

Il terzo giorno è limpido. La luce del paesaggio innevato è accecante. Ci spostiamo per strade tortuose, a picco sul mare fino ad “Å”, villaggio di pescatori, ove ci attendono le rastrelliere per l’essicazione dello stoccafisso, per l’occasione occupate dalle teste dei merluzzi esposte quale cibo per gabbiani voraci. Questo è uno dei più bei villaggi delle Lofoten: una variabilità unica di paesaggi! Interessante la descrizione dell’estrazione dell’olio di fegato di merluzzo fatta in un museo da una simpatica giovane vichinga! Meritevole di attenzione il museo dei pescatori, con immagini impressionanti ed attrezzi per noi inconsueti ed unici.

Poi, nell’attesa del traghetto a Moskenes, riesco a sbirciare all’interno di un moderno impianto di trattamento del baccalà, ove nel caratteristico odore del pesce, operatori indaffarati maneggiano abilmente enormi contenitori sanguinanti delle varie parti appena separate.
Nel pomeriggio e ci imbarchiamo sul traghetto per Bodø, sulla terraferma scandinava, ove ci ospita l’albergo per l’ultima notte. Il viaggio ci regala ancora una splendida immagine del tramonto durante la traversata sul mare calmo.
Domani si torna a casa. Con la magia del paesaggio fiabesco delle Lofoten negli occhi, la gelida e pungente brezza della neve portata dal vento sulla pelle, il colore delle case dei pescatori nel profondo dell’anima, il ricordo di tanti compagni di viaggio nel cuore.
Il viaggio alle Lofoten è stato una cura per corpo e per lo spirito, un’iniezione di energia vitale, una finestra aperta per tre giorni su un mondo che non conoscevo. Mi ha confermato che il piacere di viaggiare, vedere, guardare, scoprire, osservare, esaminare e, possibilmente, contemplare, ti porta verso l’infinito. Fino a quando c’è curiosità c’è vita.

La rigenerazione avuta conferma che non è l’uomo che fa il viaggio, ma il viaggio fa l’uomo.
Grazie CTG, grazie Annalisa, grazie a Voi tanti compagni di viaggio!
Al prossimo!

Vittorio Fenti




Quale miracolo

Quale miracolo è avvenuto in pochi decenni, in meno di due secoli (V° e VI° d.C.), in un paese fino ad allora paludoso ed inospitale?

Sidonio Apollinare così la definiva, all’inizio del 400: “Ravenna non è che una palude dove tutte le forme della vita si presentano alla rovescia. Dove i muri cadono e le acque stanno, le torri scorrono giù e le navi si piantano fisse, gl’invalidi vanno girando e i loro medici si mettono a letto, i bagni gelano e le case bruciano, i vivi muoiono di sete e i morti nuotano galleggiando sull’acqua, i ladri vegliano e i magistrati dormono, i preti fanno gli usurai e i siriani cantano salmi, i mercanti vanno armati e i soldati mercanteggiano come rivenduglioli, le barbe grigie giuocano a palla e i ragazzi ai dadi, gli eunuchi studiano l’arte della guerra e i mercenari barbari studiano letteratura.”.
Era passato mezzo millennio da quando Augusto aveva creato il grande porto di Classe, ma ormai il territorio era tutto una palude, tutto era affondato in un acquitrino insalubre.
Eppure proprio lì, nel volgere di pochi decenni, il grande Teodorico avrebbe dato inizio ad una splendida civiltà: quella di Ravenna.

Domenica 5 marzo Annalisa ci ha accompagnati a vedere quelle stupende architetture, lo splendore dei mosaici pieni della pura luce dell’oro e dell’incanto del blu dei cieli trapunti di minute stelle, che ci raccontano di processioni di vergini e di martiri, dei segreti della regina Teodora (molto “chiacchierata” da giovane, ma poi moglie dell’Imperatore d’Oriente Giustiniano), delle grandi intuizioni del primo Imperatore d’Occidente Onorio che morì troppo presto per vederle realizzate, e della sorella Galla Placidia.

E così, senza tempi morti, salvo l’immancabile sosta per il pranzo, percorremmo le vie centrali di Ravenna con una guida che ci fece visitare, nell’ordine, la Chiesa di S. Giovanni Evangelista (voluta per adempiere un voto di Galla Placidia; distrutta, dopo 1500 anni, dai bombardamenti aerei della 2^ guerra mondiale ed ora ricostruita com’era); Sant’Apollinare Nuovo (fatto innalzare da Teodorico che lo dedicò al Redentore e lo destinò inizialmente al culto ariano); il Battistero degli Ariani (col grande mosaico sul soffitto a rappresentare il battesimo di Cristo sul Giordano); il Battistero degli Ortodossi (con l’altro analogo mosaico); la tomba di Dante; la Chiesa di San Francesco, Piazza del Popolo ed infine, nel pomeriggio, il geniale capolavoro della Chiesa di San Vitale, consacrata nel 547 (ricca di prospettive per la disposizione a raggiera che moltiplica i punti di vista, tra le più alte espressioni dello stile architettonico bizantino, coi famosi mosaici di Teodora che reca il calice e di Giustiniano che reca la patena d’oro) e il piccolo ma preziosissimo tesoro del Mausoleo di Galla Placidia (i pochi metri quadrati delle superfici murarie sono interamente ricoperti, anche nelle volte e nelle lunette, di mosaici che conferiscono, con lo splendore dei colori e dell’oro, una diffusa astratta luce che toglie ogni peso di realtà all’antico mondo romano e lo immerge nella visione trascendentale e contemplativa dell’Oriente mistico e favoloso). Infine, sulla via del ritorno, l’ultima visita a Sant’Apollinare in Classe (coi grandi mosaici dell’arco trionfale e del catino absidale e con la curiosa cripta ora allagata per l’inarrestabile “subsidenza” che colpisce tutte le opere dell’architettura ravennate).

Giornata memorabile nella quale il tempo è stato proficuamente impiegato per vedere, soprattutto, i colori dei mosaici che studiammo, ai tempi della scuola, chini sui libri che però avevano ancora le immagini in bianco e nero (e quest’ultima affermazione può dare adito a supposizioni circa l’età dello scrivente).

A.




Magica ‘globigerina’

Si parte per distrarsi, per cambiare aria, per scoprire cose nuove, anche per … sfuggire. Si parte a volte con aspettative precise, a volte con qualche timore, a volte inconsciamente, altre invece con l’animo pesante.
Se all’alba di quel lunedì mattina avessimo scrutato nell’animo di ognuna delle 24 persone pronte a partire chissà quali turbamenti avremmo trovato.

Sono stati i colori, la pacatezza del pastello bianco-ocra della pietra globigerina armoniosamente appoggiata accanto all’intensità blu del mare, la tenerezza delle sfumature d’azzurro del cielo pennellate qua e là da pacifiche nuvole, l’energia della luce, avvolgente ed affascinante, la freschezza del verde, teneramente dischiuso per noi fuori tempo, a sciogliere con dolcezza il velo grigio della preoccupazione.
Ed ora che sono arrivata qui sui gradini della Torre Rossa di Sant’Agata, ad un balzo dalla familiarità dell’Isola di Gozo e con lo sguardo felice di potersi posare su ogni più lontano orizzonte, so che questo mio zaino si è riempito di un altro importante pezzo di conoscenza.
Ed allora ecco che la mia mano cerca all’interno: la prima cosa che trova è la Gardjola, la torretta sospesa a guardia del porto e che ancora oggi scruta ed ascolta il rumore di un mondo in continuo divenire. Attorno a lei chilometri di imponenti mura, fortificazioni e bastioni, veri gioielli di progettazione ed architettura per noi oggi e veri testimoni di secoli di lotte per il bisogno primario di difesa e protezione. Quanti popoli sono arrivati qua, quanti differenti intenti sono approdati a queste scogliere e se l’ignoto fa paura, da sempre l’uomo lo sfida e lo esorcizza rafforzando e magnificando il nucleo in cui dimora.
Il pericolo, le invasioni, le distruzioni non hanno spento le più profonde espressioni dell’animo, ne hanno solo diversificato le manifestazioni. Merletti di pietra, marmi intarsiati, sculture dagli impulsi vitali, arazzi trapuntati di talenti impensabili, dipinti che animano i muri, volte così perfette e slanciate da far invidia al cielo  e quel mistico esagerato bisogno di innalzare la fragilità a bellezza e l’imperfezione all’assoluto. E quando una certa luce od il buio, un’ombra, un volto, una mano, un dramma, sono talmente pennellati di umanità da trasmettercela in un brivido, si capisce che la natura umana, anche se agitata e contorta, ha un unico tempo.
Ecco che dallo zaino esce una croce ad otto punte: le otto beatitudini teologali, l’eternità, le otto nazionalità di provenienza dei Cavalieri di San Giovanni di Malta. La storia di quest’isola è la loro storia, le città di quest’isola sono le loro città, i simboli che scaturiscono ad ogni angolo, da ogni edificio, dal porto come dai giardini, dagli ospedali come dalle prigioni, traducono nel bene e nel male, la loro disciplina, le imprese militari ed i loro principi di assistenza e religiosità.

Trekking di capodanno a Malta

Dal semplice presepe sul davanzale delle case, alle statue poste agli angoli delle vie e nelle piazze, dalle croci a quattro braccia delle cattedrali od a sei delle basiliche, alle piccole chiese costruite qua e là, dalle catacombe gelosamente nascoste e ben costruite, ai templi di megaliti, blocchi di pietra proiettati al cielo, ogni cosa che trovo è un filo teso al Supremo, all’Altissimo, trasmette il bisogno di credere, di avere un punto fermo, una Potenza a cui rivolgere una preghiera ed ottenere un aiuto. Non a caso 365 chiese: quotidiano segno del dialogo che dall’abisso della fragilità e della paura cerca la via della salvezza.
E se per ingannare il Diavolo sulle chiese hanno posto due orologi con un’ora diversa dall’altra vi assicuro che neppure lui avrebbe potuto ingannare la nostra guida Fabrizia, affabilmente competente e talmente precisa da non sgarrare di un minuto anche se messa a dura prova dai tentativi acrobatici di Antonia sulle scogliere e dagli inseparabili geloni di Maria.
A proposito: gli effetti benefici della Madonna di Ta’ Pinu sembra siano stati elargiti anche a noi visto che Anacleto ha riconosciuto e collaborato con le qualità diciamo “nascoste” di Antonia ed insieme hanno permesso anche a tutti noi di beffare il diavolo anticipando di un’ora i festeggiamenti per il nuovo anno.
Estraggo ora una conchiglia e lo sguardo corre verso il mare. Un gioiello della natura le bianche scogliere a picco, il grande arco della finestra azzurra, i vortici della voragine sulla scogliera, l’arcobaleno tra gli spruzzi e il perfetto incastro a spina di pesce delle onde; un capolavoro dell’uomo come la filigrana le scacchiere delle saline, una partita aperta con il mare per l’immagazzinamento del sale e la sopravvivenza.
C’è ancora una cosa sul fondo ed è …una colomba. Una volta libera sorvolerà sia le grandi fortezze, gendarmi del passato, che i nuovi casamenti di mattoni e cemento sorti lungo la costa, manifestazione degli interessi di oggi. Chi può dire se valga di più ciò che tra simboli e scoperte ci è stato trasmesso lungo i secoli o quello che sembra essere l’unica prospettiva del presente ossia il tornaconto.
Eppure per tutto questo tempo ed in ogni tempo il bello brilla davanti ai nostri occhi, il bene è sempre dentro il nostro cuore. Perché è così difficile apprezzare ciò che ci arriva in dono dal passato, farlo crescere nel nostro presente e scegliere per lui un futuro positivo?  Forse perché da quando mettiamo i piedi su questa terra lottiamo per capire, anche se altri ci dicono di aver già capito, cerchiamo di riconoscere, anche se per altri è tutto chiaro, cerchiamo la verità, accanto a mille altre verità.
Il volo è il nostro volo ma ovunque spazi, per quanto vicino rimanga o quanti orizzonti possa oltrepassare, spero sappia sempre attingere alla propria spiritualità per portare ovunque, anche nell’errore, l’onestà della propria conoscenza.
E allora SAHHA (arrivederci) bella Malta. Noi 24 viandanti, che abbiamo goduto della tua ospitalità, della tua pulizia e delle tue ricchezze, contenti della reciproca compagnia, torniamo a casa avendo imparato che nessuno può impedirci di diventare quel grano di sale che crea la storia e ne insaporisce il cammino.

Sara